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Relazione "Dalla strategia della tensione al crollo del muro di Berlino"

Relazione "Dalla strategia della tensione al crollo del muro di Berlino" - Ass. Culturale Emmetrentanove

Il secondo appuntamento del ciclo di conferenze organizzate dall'Ass. Culturale Emmetrentanove, presso la galleria delle arti libreria l'Universale, ha approfondito il tema della nascita della strategia della tensione fino al crollo del muro di Berlino.
Introdotta da Paolo Yigitbasioglu, curatore per la nostra associazione del ciclo di conferenze, sono intervenuti: Ugo Gaudenzi, direttore del quotidiano "Rinascita", Paolo Zanetov, giornalista professionista e scrittore, Filippo Ghira, scrittore ed autore del libro "Dominio incontrollato".
Punto di partenza centrale per approfondire l'argomento è la comprensione di ciò che fu stabilito con gli accordi di Yalta: poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, si incontrarono i capi delle tre potenze "Alleate", Franklin Roosvelt, Wiston Churchill e Stalin, capi dei governi degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell'Unione Sovietica, i quali previdero una rigida divisione del mondo in due grandi sfere d'influenza, con a capo gli USA da una parte e l'URSS dall'altra; anche la Germania, con in seguito Berlino, fu divisa in queste due aree.
Subito dopo nacquero in tutto il mondo esigenze delle potenze regionali di confliggere, almeno in parte, con quanto stabilito con gli accordi di Yalta; molti furono infatti gli "aggiustamenti" di queste sfere di dominio, come per esempio la Jugoslavia, divisa a metà dopo Yalta, passata interamente sotto il dominio sovietico e successivamente, allontanatasi da Mosca, entrata a far parte dei paesi non allineati; contrariamente invece alla Grecia divenuta totalmente 'americana'. Frequenti furono, in particolar modo nei paesi dell'America latina e nelle ex colonie europee, i golpe, soprattutto militari, atti a stravolgere o a destabilizzare una decisione per nulla democratica quanto mai congrua alle esigenze del capitalismo da una parte e del comunismo dall'altra.
In questo quadro internazionale si può dunque analizzare la dinamica post-guerra dell'Italia; un Paese, il nostro, divenuto fondamentale per il blocco atlantico, in particolar modo per la posizione strategica nel bel mezzo del Mediterraneo, che ne costituisce un ponte per l'altra parte della Cortina; lo testimoniano, infatti, le numerose basi militari straniere presenti sul nostro territorio. Quanto mai imbarazzante fu una circolare del Ministro Trabucchi del 1956, con la quale si consentivano i trasferimenti, di qualsiasi genere di cose, in Italia da parte della NATO senza la necessità di alcun controllo. Era l'Italia, quindi, il paese di nessuno, più che a sovranità limitata si può invece parlare di una sovranità del tutto assente, succubi del Nuovo Ordine Mondiale che gli USA avevano imposto. Un paese nel quale le due superpotenze, USA e URSS, attraverso da una parte le forze di governo (DC) e dall'altra quelle di "opposizione" (PCI), gestivano il delicato equilibrio stabilito a Yalta. 

Pese il nostro, in cui la realizzazione di un vero golpe era assolutamente impossibile, sia per motivazioni politiche che per dei motivi di base: innanzitutto per il ruolo delle forze armate stesse, marginale dal punto di vista politico, in secondo luogo per una forte rappresentanza degli interessi politici di oltrecortina attraverso il più grande partito comunista dell'Europa occidentale, il PCI forte del 28% dei suffragi e di una organizzata e numericamente importante compagine extraparlamentare di sinistra. In questa situazione geopolitica si sviluppa la cosiddetta "strategia della tensione". Una strategia utilizzata per mantenere il duopolio DC-PCI e salvare l'ordine di Yalta. Ma è solo in coincidenza con i grandi sommovimenti sociali del '68-'69 (come le lotte studentesche e l'autunno caldo) che questa "strategia" scende sistematicamente in campo. L'obiettivo non era la destabilizzazione delle istituzioni, come per anni una sinistra, si è ostinata ad affermare, ma l'esatto contrario: la stabilizzazione al centro del potere politico. La "strategia della tensione" quindi come un apparato perfettamente intercambiabile di uomini, al servizio di un'idea precisa: la conservazione del potere rispetto a qualsiasi forma di cambiamento.